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L’EROE SOLITARIO. A 26 ANNI DALLA SCOMPARSA, IL RICORDO DI SIANI

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Sono le 21,40 circa del 23 settembre 1985. Giancarlo Siani, un giovane giornalista pubblicista, sta parcheggiando la sua Citroen Mehari verde sotto casa, nel quartiere napoletano del Vomero. Mentre sta per scendere dall'auto, però, viene colpito da 10 proiettili. Perde, così, la vita, pochi giorni dopo aver compiuto 26 anni, in quella sera che, destino vuole, segna il passaggio dall'estate all'autunno, dalla stagione in cui si vive un tripudio di colori, profumi e sapori a quella in cui la natura, stanca, si prepara al lungo riposo invernale. Ma, facciamo un passo indietro. La storia di Giancarlo Siani ha

come sfondo la Napoli degli anni '70, dove nasce in una famiglia della borghesia medio-alta. Giancarlo frequenta prima il liceo, poi l'università e nel frattempo sogna di diventare giornalista. Il suo desiderio si avvera lentamente. All'inizio collabora con alcuni periodici napoletani, per poi riuscire ad ottenere un impiego come corrispondente da Torre Annunziata presso la sede distaccata di Castellammare di Stabia nel quotidiano "Il Mattino". Nell'estate del 1985 viene trasferito presso la sede centrale di Napoli per una sostituzione stagionale. Fin qui la sua storia sembra cadere nell'ordinario: Giancarlo è un ragazzo che, come tanti altri, studia, esce con gli amici, fa progetti sul futuro e, poco alla volta, si inserisce nel mondo del lavoro. Fin qui appunto. Perchè Giancarlo era speciale, e proprio come tutte le persone speciali, faceva sembrare semplice e normale ciò che per la maggior parte delle persone non lo è. La vita è fatta di scelte. Una tra le più ardue consiste nel decidere tra la meticolosità e l'inettitudine, tra l'impegnarsi nelle proprie attività affinchè tutta la società possa trarne un beneficio o lo svolgerle con negligenza e meccanicamente. E questo vale per tutti i mestieri: dall'operatore ecologico al sindaco, dall'infermiere al medico, dall'insegnante al panettiere. Giancarlo aveva scelto la prima via, quella della responsabilità e della solerzia. Era un ragazzo serio e pulito, ma non per questo noioso e taciturno. Al contrario, era sensibile, allegro e disponibile. Sapeva farsi voler bene ed in redazione era ben visto da tutti. Amava il suo lavoro in maniera viscerale e non cedeva mai alla mediocrità. Fin da quando si era avvicinato al mondo della carta stampata aveva mostrato un carattere tenace ed una spiccata predilizione per il tema dell'emarginazione sociale, causa scatenante della camorra. Denunciò la situazione di degrado causata dallo strapotere mafioso nella quale erano (e purtroppo sono ancora oggi) costretti a vivere i ragazzi dell'hinterland napoletano. Inoltre, deciso a scavare nella realtà torrese, svelò il connubio tra politica e criminalità nella gestione del territorio di Torre Annunziata: il mercato ittico, il controllo del porto, la bonifica del quartiere Quadrilatero, le carceri, la ricostruzione del dopo terremoto in Irpinia nel 1980.
Oggi il "cronista ragazzino e imprudente", come è stato definito da alcuni, non c'è più. C'è chi dice che sia stato ucciso per aver raccontato su "Il Mattino" l'arresto del boss di Torre Annunziata Valentino Gionta, "cantato" dai Nuvoletta per patteggiare una tregua con i clan rivali. L'aver svelato una realtà infamante per il codice camorrista, il tradimento, ne ha decretato, dunque, la condanna a morte. Secondo altri, invece, la sua esecuzione è da attribuire alle ricerche che stava facendo sulla ricostruzione del dopo ter¬re¬moto, il grande busi¬ness degli appalti grazie al quale si erano arricchiti diri¬genti politici, impren¬di¬tori e camor¬risti. In entrambi i casi, il movente dell'omicidio è dovuto al fatto che Giancarlo "sapeva troppo". La sua "colpa", insomma, è stata solo quella di far bene il suo lavoro di giornalista.
Parlare di Giancarlo Siani, oggi, significa parlare di un caparbio cronista di provincia che assurge a simbolo del giornalismo di impegno civile, di un giornalismo che ha il coraggio di denunciare e di intervenire nel mondo che ci circonda per concorrere a migliorarlo. E significa anche parlare di legalità, di giustizia, di valori, in un Paese che sembra aver dimenticato la loro esistenza. Ci manca Giancarlo. Ci manca la passione che metteva nel suo lavoro, la purezza del suo spirito, la volontà di abbattere, con le sue inchieste, i muri di omertà innalzati dalla camorra. Ci mancano la sua umiltà e la sua fiducia in un un mondo migliore, difficile da ottenere, ma non impossibile da raggiungere. Ci mancano la sua correttezza, la sua moralità, il suo riuscire a non farsi fagocitare dal potere, alle cui lusinghe sono, invece, molti a cedere. Giancarlo ha saputo cogliere appieno l'essenza dell'attività di giornalista. Un buon giornalista deve avere buone gambe, cuore solido ed intelligenza. Ed egli possedeva tutte queste tre caratteristiche. Aveva buone gambe ed, infatti, Siani, non aspettava passivamente di ricevere le notizie per scriverle, ma, portando sempre con sè taccuino e penna, le andava cercando. Scrutava la realtà che lo circondava con la curiosità di un bambino che vuole scoprire il mondo, prima vivendo i fatti e poi raccontandoli, denuciando le ingiustizie. Aveva cuore solido, perchè era un giornalista onesto e coraggioso, e lo aveva dimostrato sfidando il potere locale. Ed era anche intelligente, capace, cioè, di filtrare e capire. Perchè, come sostiene lo scrittore e giornalista argentino Horacio Verbitsky, "giornalismo è diffondere ciò che qualcuno non vuole si sappia; il resto è propaganda. Il suo compito è additare ciò che è nascosto, dare testimonianza e, pertanto, essere molesto".
Giancarlo è uno dei tanti, troppi, "martiri per la verità". Insieme a lui ricordiamo Walter Tobagi, giornalista del Corriere della Sera assassinato nel maggio del 1980 in un attentato terroristico organizzato dalle Brigate Rosse e Beffe Alfano, giornalista siciliano ucciso nel gennaio del 1993 per mano della mafia. E la lista, purtroppo, è ancora lunga. Affinchè la morte di Giancarlo, e quella di coloro i quali come lui sono stati uccisi in quanto "scomodi" per il potere dominante, abbia un senso, la sua storia, il suo esempio, non devono essere dimenticati. Devono costituire un monito per le coscienze, un invito ad accantonare la paura ed il "particolare" perchè a prevalere siano l'amore per la verità ed il bene comune. Qualche anno fa Enzo Biagi disse che "L'Italia di oggi è un Paese sazio, che non ha né grandi spinte né grandi speranze". L'augurio è che si riaccenda la luce in fondo al tunnel e si riacquisisca la voglia di lottare e di mirare al raggiungimento della virtù più che alla soddisfazione dei vizi.